Mala Vita di Nicola Morra: il bandito della Capitanata rivive nell’opera di Raffaele Vescera

Ci sono personaggi che da sempre, per le loro intrinseche caratteristiche e la loro storia particolare, stimolano l’interesse e la fantasia di autori e scrittori: il bandito cerignolano Nicola Morra è sicuramente tra questi.

Ricostruire l’identità  di un personaggio collocato nella storia ma intriso di un’aura leggendaria è qualcosa di impegnativo, che richiede studio, rispetto delle fonti ed anche, perché no, un sapiente utilizzo della fantasia nella narrazione.

Raffaele Vescera ci è riuscito benissimo, alternando le sue doti di giornalista a quelle di autore. Appassionato studioso del Meridione d’Italia, questo scrittore originario di Foggia ha pubblicato, oltre a numerosi racconti, diversi romanzi storici, tra cui ricordiamo Inganni (1992), Cacciabriganti (1994), Il barone contro (Addictions-Magenes Editoriale, 2014) e Il giudice e Mussolini (ED-Enrico Damiani Editore, 2019).

Attraverso questa intervista, abbiamo scoperto qualcosa di molto interessante sul  protagonista del libro “Mala Vita di Nicola Morra” (Addictions-Magenes Editoriale), pubblicato per la collana “Voci dal Sud”, in vendita dal 15 Ottobre scorso.

R: Nicola Morra è un personaggio di cui noi, abitanti della Capitanata, abbiamo sentito raccontare dai nostri nonni. Un bandito “romantico” che attrae per il suo carisma e la capacità di adattarsi ad ogni situazione, anche la più difficile. Essendo originario di Cerignola, c’è chi ha voluto rinvenire in questo beffardo e irriverente cavaliere le caratteristiche “tipiche” degli abitanti della cittadina del Basso Tavoliere. Lei cosa ne pensa, al riguardo?

RV: Pensare che i nostri conterranei abbiano tale carattere per nascita sarebbe azzardato. Le caratteristiche del bandito gentiluomo, beffardo e irriverente sono universali, i miti di Robin Hood e di Karl Moor, il protagonista dei Masnadieri di Schiller, oltre a Zorro,  Jesse James e ai mille altri della Storia umana, lo confermano. Il ribelle si fa bandito, brigante per sfuggire all’ingiustizia, in assenza di una legge che tuteli il popolo dagli abusi dei signori del tempo.

Tuttavia, è anche vero che l’abitante del Tavoliere è un uomo di pianura, per sua natura esposto ai quattro venti e dunque errante in tutte le direzioni, alla pari del don Chisciotte di Cervantes, dei gauchos della pampa argentina cantati da Borges e dei cavalieri magiari della Pustza ungherese.

R: Al celebre bandito cerignolano sono state dedicate canzoni popolari e opere pittoriche: da cosa dipende, secondo Lei, questo interesse nei confronti di questo personaggio?

RV: E’  il mito del giustiziere, giusto o sbagliato che sia, ad emergere prepotentemente in una società, qual era quella passata, in cui gli ultimi contavano meno di zero, abbandonati a un destino di povertà in assenza di veri diritti. Il popolo vedeva nel ribelle giustiziere un argine alla prepotenza dei signori, una sorta di “supereroe” del passato, un possibile protettore.

R: Qual era il “codice d’onore” che Nicola Morra seguiva e che, in un certo senso, giustificava ogni sua azione?

RV: Sebbene negli anni di penitenziario sulle isole del Golfo di Napoli abbia avuto contatti con la  camorra, pare su indicazione di Luigi Settembrini e Silvio Spaventa, capi carbonari con lui detenuti, che miravano ad usare Morra quale controllore del patto scellerato tra la carboneria e la camorra contro re Ferdinando II, Morra non era un camorrista, non si è mai messo a capo di una criminalità organizzata, né tantomeno ha fatto ricorso alla violenza fisica come arma di dissuasione o a un codice d’onore mafioso. Quello suo era un codice tipico della società contadina dell’epoca, fondata sulla giustizia personale in assenza di quella dello Stato. Lui si definiva un ribelle. “Io sono la ribellione”, amava dire.

R: Nicola Morra viene descritto come un nemico dei ricchi e potenti. Il Robin Hood pugliese?

RV: In qualche modo sì, ma anche Zorro, sebbene questi sia stato solo un personaggio letterario. Ovviamente per condurre la sua esistenza di latitante gli era necessario costruire un forte legame con il popolo, un consenso diffuso allo scopo di evitare possibili delazioni, di qui il togliere ai ricchi per dare ai poveri, anche  se molto restava per sé. Un consenso reso possibile compiendo “buone azioni” a vantaggio del popolo indifeso dagli abusi dei signori. Proverbiali le sue gesta, come l’aiuto dato a una povera vedova vessata da un usuraio, stranamente simile a quanto compiuto successivamente dal bandito americano Jesse James.

R: Quali difficoltà ha incontrato nella ricostruzione storica di questo personaggio?

RV: Il personaggio di Morra corre sul confine tra mito e realtà. Difficile distinguere la verità storica dalla  leggenda  popolare che lo circonda. Ho adottato, con beneficio d’inventario, la narrazione leggendaria, rifacendomi anche alle memorie da lui dettate a Pasquale Ardito, sebbene di parte. Tuttavia, indagando negli archivi storici in cerca  dei fatti che lo riguardavano, non  ho trascurato l’aspetto più squisitamente storico.

L’autore del libro, il foggiano Raffaele Vescera

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Mi chiamo Cristiana Lenoci, sono laureata in Giurisprudenza e specializzata nel campo della mediazione civile. La mia grande passione è la scrittura, ho maturato una discreta esperienza sul web e collaboro per diversi siti. Ho anche frequentato un Master biennale in Giornalismo presso l'Università di Bari e l'Ordine dei Giornalisti di Puglia.

Autore dell'articolo: Cristiana Lenoci

Mi chiamo Cristiana Lenoci, sono laureata in Giurisprudenza e specializzata nel campo della mediazione civile. La mia grande passione è la scrittura, ho maturato una discreta esperienza sul web e collaboro per diversi siti. Ho anche frequentato un Master biennale in Giornalismo presso l'Università di Bari e l'Ordine dei Giornalisti di Puglia.

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