Il lungo viaggio verso la Liberazione del ventenne cerignolano Michele Berardi

Il racconto dell’allora ventenne Michele Berardi, cerignolano, a cura di Giovanni Rinaldi (www.infodem.it)

“Mio padre era un antifascista. In casa nostra a Cerignola, sotto il fascismo, a notte fonda si svolgevano clandestinamente delle riunioni e noi bambini venivamo messi presto a dormire. Ricordo che dormivamo sulla paglia, per terra, in un angolo. Al buio questo continuo parlottìo mi teneva sveglio, e spaventato chiedevo a papà Chi sono queste persone? e lui rispondeva Dormi, dobbiamo discutere, sono compagni miei, dormi! Mio padre è stato un perseguitato, arrestato e messo in galera, diverse volte. Un martire, insieme a tanti, tanti altri.

A 18 anni compiuti, nel gennaio 1941, mi chiamarono sotto le armi e dopo appena quaranta giorni ero a combattere in Grecia.

Dopo quasi tre anni di guerra, l’8 settembre ‘43, in caserma arrivò un ordine: in ogni battaglione

italiano rimaneva armata solo una compagnia, per difendere gli altri dalle aggressioni partigiane. Ma, passati appena tre giorni, i tedeschi ci disarmarono tutti. Cominciammo così a odiarli. Ci dissero: Potete scegliere, se partire per la Germania come prigionieri o rimanere qui a combattere, con noi.

Ci fecero mettere tutti in fila, sul piazzale, eravamo un centinaio: Chi vuole andare con i tedeschi faccia un passo avanti!

Bisogna dire che noi tutti, arrivato l’8 settembre, urlammo di gioia Finita la guerra, finita la guerra, finita la guerra! Si piangeva dalla gioia, finalmente tornavamo a casa. Ma che tornare a casa! Fu da allora che cominciò la nostra via crucis. E allora, su quel piazzale, dalla fila dei 100 si fecero avanti si e no 4, 5 soldati. Il capitano, rivolto a tutti coloro che non si erano mossi, urlò le peggiori parolacce unite al termine badogliani. Da quel momento ci siamo divisi, badogliani contro mussoliniani. Io rimasi dietro, con quelli che non si mossero, e così i tedeschi ci impacchettarono facendoci salire su un treno merci che attraversò tutti gli Stati balcanici diretto a Berlino. Fu una lunga e drammatica via crucis che durò circa due mesi e mezzo, tra ponti crollati fatti saltare in aria dalle bombe e soste forzate continue. Ma nonostante tutto, spesso venivamo anche avvicinati dai partigiani jugoslavi.

Arrivammo a  Berlino e ci chiusero in un campo di concentramento gigantesco, Sachsenhausen.

Ci davano da mangiare solo barbabietole, quelle per gli animali, e da bere distribuivano una specie di tè, quasi mai dell’acqua, forse era cattiva. Ci davano solo 100 grammi di pane a testa, pane nero, non bianco. La fame era terribile e chi non ha avuto fame a vent’anni non può capire. Bisogna provarlo.

La fame offuscava la vista, ti faceva commettere di tutto, scavalcare reticolati per rubare qualsiasi cosa, frugare nell’immondizia per recuperare anche solo degli avanzi.

In una occasione i tedeschi si accorsero che avevamo rubato qualcosa dal deposito vettovaglie. Ci misero tutti in cerchio, volevano sapere chi aveva rubato. Eh, e chi glielo diceva! Nessuno si fece avanti. Ci dettero il tempo di contare fino a tre, poi scattò la decimazione: ogni cento di noi ne prendevano due, a caso, e dopo parecchie centinaia, misero il gruppo dei prescelti contro un muro e li uccisero.

L’odio ci arrivò fino alla cima dei capelli.

Fu allora che riuscii a farmi destinare al lavoro in una delle fabbriche poco lontano dal campo, una fabbrica terribile. Si andava a lavorare la mattina presto e la sera si rientrava al campo. Ci muovevamo in gruppi di cento sorvegliati da una sentinella armata. Lungo il percorso trovavamo mucchi dei rifiuti e da questi raccoglievamo bucce di patate, pane ammuffito, tutto quello che consideravamo commestibile, nascondendolo nei posti più impensati, visto che ci perquisivano all’uscita e all’entrata dal campo. Un giorno mi riempii le mutande, quelle militari che si abbottonavano sotto, di bucce di patata. Durante il tragitto queste bucce si ammassarono, rigonfiandomi i pantaloni, così, alla perquisizione, fui scoperto. Quante botte presi, fui pestato. Sotto gli scarponi, al tacco, i soldati tedeschi avevano come un ferro di cavallo: mi schiacciarono le mani e il braccio, persi un dito e per diversi giorni mi chiusero in una stanza che aveva le finestre con i vetri rotti al gelo e senza mangiare.

In vita mia non avevo mai pregato, non sono uno che tutte le mattine va in chiesa a battermi il petto però mi sento abbastanza religioso, amo la vita e piansi come non ho mai pianto in vita mia: Madonna di Ripalta mia, se devo morire non farmi soffrire così, fammi morire.

I nostri guardiani erano tutti mutilati – perché i soldati abili erano tutti al fronte – e quello che mi controllava aveva una gamba amputata. Questo tedesco si faceva servire, in ogni suo bisogno, da un altro soldato italiano, un bel ragazzo, che ogni volta che poteva, di nascosto dal guardiano, mi passava attraverso i vetri rotti quel poco che trovava per farmi mangiare. Ma un giorno il guardiano tedesco se ne accorse e quel giovane, per le tante botte subite e la perdita di sangue, dopo otto giorni di agonia morì.

Sopravvissi per due anni, nel campo di Sachsenhausen e finalmente, nell’aprile del ’45 arrivò la liberazione. E a Berlino la liberazione arrivò portata dai Russi.

Una notte, al campo, fummo svegliati dalle urla dei tedeschi Bisogna partire! sloggiare, evacuare! E lasciammo il campo in migliaia per essere trasferiti in campi più lontani. Io e pochi altri riuscimmo a scappare dal gruppo in marcia e ci addentrammo nella periferia della città: i bombardamenti fino a quel giorno avevano distrutto tutto, anche la fabbrica dove lavoravo. Berlino era stata tappezzata dalle bombe, quartiere per quartiere, zona per zona, rasa al suolo tutta. E pensare che io una città come Berlino non l’avevo mai vista, fino a 18 anni non mi ero mosso dal mio paese, Cerignola, e non avevo mai visto tram correre sottoterra, altri correre in aria e altri ancora correre sulle strade.

E così, come fuggiaschi, circondati dai russi, ci siamo dispersi nelle strade di Berlino, riuscendo a nasconderci alla fine in un rifugio.

E li vedemmo arrivare! I Russi. Arrivarono, e per occupare l’intera città impiegarono ben otto giorni. Noi, timorosi, uscimmo dal rifugio e ci unimmo a loro, presi la prima arma che mi capitò a tiro e, come un pazzo, ho combattuto insieme ai russi per quegli otto giorni tremendi.

Ho liberato anche io Berlino! a fianco dei russi contro i tedeschi, che indietreggiavano metro per metro”

(*) Da un incontro collettivo nella sede ANPI di Cerignola, nel gennaio 1977

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Mi chiamo Cristiana Lenoci, sono laureata in Giurisprudenza e specializzata nel campo della mediazione civile. La mia grande passione è la scrittura, ho maturato una discreta esperienza sul web e collaboro per diversi siti. Ho anche frequentato un Master biennale in Giornalismo presso l'Università di Bari e l'Ordine dei Giornalisti di Puglia.

Autore dell'articolo: Cristiana Lenoci

Mi chiamo Cristiana Lenoci, sono laureata in Giurisprudenza e specializzata nel campo della mediazione civile. La mia grande passione è la scrittura, ho maturato una discreta esperienza sul web e collaboro per diversi siti. Ho anche frequentato un Master biennale in Giornalismo presso l'Università di Bari e l'Ordine dei Giornalisti di Puglia.

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